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Lotto 20 - Asta 32



Fregio di piastrelle parietali.Porzione di fregio formato da 14 rettangoli orizzontali da unire a due per due per formare il disegno; 2 fasce di rettangoli verticali di chiusura per due lati.Maiolica dipinta in blu e “lustro” oro brunito; in un rettangolo tocchi di verde, forse per gocciolatura da altra maiolica in cottura. Recto: decorazione a rilievo il cui disegno si ottiene unendo due piastrelle: ai lati “rosetta”; al centro, entro due cerchi cordonati fascia con “galloni”; all’interno “ombrellino” a spicchi; in una, piccolo segno cruciforme in alto, forse firma del ceramista. Verso: nudo; nella piastrella con segno cruciforme, “Emblema”, dipinto in nero, a forma di triangolo con i lati obliqui ed il vertice formati da “tre gigli”; nei rettangoli verticali: treccia policroma. Emblemi: ombrellino, privilegio vescovile e cardinalizio, insegna delle basiliche di Roma; giglio, dei Guelfi; tre gigli, dal 1376 emblema della dinastia di Francia in omaggio alla Santissima Trinità.
Ogni gruppo di due piastrelle: cm. 26,5 x 31; rettangoli verticali: cad. cm. 9 x 4,5.
Cond.: discrete; in alcune tracce di attacco nella muratura. Esposizioni: Roma, Biblioteca Casanatense, Salone monumentale, “Nymphilexis. Manoscritti Stampati, Monete Medaglie Ceramiche”, Mostra 7 aprile – 30 maggio 2005. Bibl.: Gardelli 2005, pp.302 - 303. VALENCIA (Manises o Gandia); sec. XV, fine - XVI, inizi.
La serie di mattonelle faceva parte di un fregio parietale, per il forte aggetto della decorazione, e la completa mancanza di segni di calpestio. Presenta una tipologia spagnola molto nota, per la decorazione detta a “gallones”, e per la tecnica del “lustro” oro-brunito in rilievo. La decorazione “a galloni” deriva dal ricamo su stoffa con fili d’oro intrecciati, e fu caratteristica della ceramica dorata di Valenza dal tardo ‘400 al ‘600 inoltrato. L’ombrellino al centro fa riferimento al parasole usato per difendere il viatico e la pisside del Santissimo Sacramento. Chiamato “ombrellone, conopeo, padiglione, sinnicchio”, fu privilegio dei vescovi e dei cardinali, ma anche insegna distintiva delle Basiliche romane. L’ombrello aperto unito alle chiavi decussate “emblema pontificio” si trova nelle poche mattonelle rimaste che, insieme ad altre con lo stemma Borgia, componevano i pavimenti che il papa Alessandro VI fece costruire in Castel Sant’Angelo, e di cui rimangono alcuni lacerti. Assegniamo questo fregio al periodo del papa spagnolo, quando giunsero in Italia mattonelle appositamente eseguite in Spagna, secondo una precisa documentazione. In una lettera del 18 Aprile 1494 il Papa ringrazia il figlio Juan per l’invio di rajoletas de Manises; alcuni mesi dopo, in una lettera dell’Agosto inviata al padre, Juan, duca di Gandìa, afferma di avere fatto fare delle mattonelle a Manises, ed altre a Gandìa con riflessi migliori di quelle di Manises, e che le avrebbe portate personalmente a Roma. E’ noto che anche famiglie importanti del tempo, come gli Orsini, commissionarono a Valencia maioliche con il proprio stemma (Luzi 2006, fig.2). Per individuare la ubicazione delle piastrelle, occorre considerare l’emblema dei Tre gigli nel verso di una piastrella. Dal 1376 il re di Francia, Carlo il Saggio, l’aveva riferito alla dinastia francese per onorare la Santissima Trinità. Nel 1495 Alessandro VI diede l’approvazione per la fondazione della Chiesa dei Francesi a Trinità dei Monti, con una cappella dedicata alla Santissima Trinità. Nel 1502 Luigi XII di Francia promosse la costruzione della Chiesa, terminata nel 1519. E’ dunque possibile che il fregio sia stato ordinato o dal papa o dal re di Francia a Manises, dove si producevano le migliori maioliche lustrate, in occasione della costruzione della Chiesa e della cappella, anche se non conosciamo l’ubicazione esatta del fregio. In tal modo, da un lato si spiega la presenza dell’ombrello basilicale (e non pontificio), dall’altro il simbolo trinitario dei gigli francesi, il tutto secondo quel gusto valenzano per l’oro che ha caratterizzato il pontificato di Alessandro VI Borgia, influenzando notevolmente l’ambiente artistico dell’epoca (Bosi 1976, p. 180; Pinedo- Vizcaino 1979, pp. 87 – 89; Mazzucato 1985, passim; Cairo 2001, nn. 283, 425; Garin Llombart 2002, p.126; Mazzucato 2002, p.172.).


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