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Lotto 106 - Asta 60

Stima:
150.000,00-200.000,00 EUR
Base d'asta:
150.000,00 EUR
Aggiudicazione:
0,00 EUR


GIOVANNI LANFRANCO (Terenzo, 1582 – Roma, 1647)

Il suicidio di Cleopatra
Olio su tela, cm. 100x143. Con cornice Salvator Rosa originaria
Per la sua eccezionale importanza storico-artistica il dipinto è notificato dallo Stato italiano.

“Una Cleopatra mezza figura al naturale di mano di Lanfranco con la cornice indorata”: così troviamo descritta questa superba tela di Giovanni Lanfranco nel testamento datato 7 gennaio 1662 di Marco Marazzuoli, compositore, cantante e virtuoso d’arpa nativo di Parma (come il Lanfranco) a lungo legato ai Barberini e già nel 1629 musicista di corte del cardinale Antonio. Il Marazzuoli (che fu anche pittore dilettante) decise di esprimere il suo attaccamento e la sua gratitudine alla potente famiglia romana donandone ai membri più eminenti le tre opere di sua proprietà eseguite dal Lanfranco, di gran lunga le più importanti della sua pur cospicua collezione (circa 70 dipinti). Fu così che il lascito testamentario del Marazzuoli venne diviso fra il cardinale Carlo, che ricevette l’Erminia fra i pastori, il cardinale Antonio, che ricevette la Venere che suona l’arpa (acquistata dallo Stato italiano nel 1959 e oggi conservata a Palazzo Barberini presso la Galleria Nazionale di Arte Antica) e il principe Maffeo, al quale andò la nostra Cleopatra. I tre dipinti risultano da allora sempre documentati negli inventari barberiniani. In particolare la tela qui in oggetto si trova così descritta nell’inventario dei beni di Maffeo del 1686: “Un quadro p. longo con depinto una Cleopatra di mano del S.re Cavaliere Lanfranco longo p.mi 7 e alta p.mi 5 incirca, con cornice mezza intagliata e dorata”.
A seguito della divisione della famiglia in due rami, nel 1812 la tela entrò nella proprietà Sciarra Colonna e trasferita da Palazzo Barbarini a Palazzo Sciarra, dov’è ricordata e precisamente descritta in tutte le principali guide di Roma dell'Ottocento. Nel 1899 essa fu venduta all’asta assieme alle altre opere della collezione Sciarra, con il n. 45 ancora ben visibile in basso a destra sul dipinto.
Per le tre opere eseguite per il Marazzuoli il Lanfranco utilizzò forse la medesima modella, stante le chiare affinità fisionomiche fra le protagoniste femminili. Soprattutto evidenti appaiono le affinità stilistiche e compositive fra la Venere e la Cleopatra, entrambe caratterizzate dal seno scoperto, dall’incarnato perlaceo, dalla soda plasticità del busto e dal ricco panneggio che le avvolge. Come mise in evidenza Franca Trincheri Camiz, Marazzuoli aveva un diretto coinvolgimento professionale col soggetto del nostro dipinto, avendo composto un brano per soprano e basso continuo intitolato Il lamento di Cleopatra, a sua volta imperniato sul suicidio della regina d’Egitto.
È possibile collocare senza dubbio il dipinto fra l’arrivo del Marazzuoli a Roma, tra il 1626 e il 1629, e la partenza del Lanfranco per Napoli, avvenuta nel 1634, e con maggiore precisione, d’accordo con Erich Schleier, piuttosto a ridosso del trasferimento del trasferimento napoletano, fra il 1630 e il 1633.
Il dipinto si impone per la sua esplicita teatralità e la franca sensualità della messa in scena, ma anche per l’affascinante contrasto tra l’accurata levigatezza della figura e la libertà di tocco del panneggio, che nel giaciglio sottostante raggiunge un livello di sprezzatura esecutiva di sorprendente modernità.

BIBLIOGRAFIA:
E. Schleier, Disegni di Giovanni Lanfranco, Cat. della mostra, Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, Firenze 1983, pp. 162-163;
M. Aronberg Lavin, Seventeenth Century Barberini Documents and Inventories of Art, New York 1975, pp. 303 e 398;
F. Trincheri Camiz, Una “Erminia”, una “Venere” e una “Cleopatra” di Giovanni Lanfranco in un documento inedito, in “Bollettino d’Arte”, 67, 1991, pp. 165-168;
L. Mochi Onori, Giovanni Lanfranco e la famiglia Barberini, in “Giovanni Lanfranco. Un pittore barocco tra Parma, Roma e Napoli”, cat. della mostra, a cura di E. Schleier, Parma - Napoli – Roma, 2001 – 2002, pp. 79-80.

PROVENIENZA:
Collezione di Marco Marazzuoli (1602-1662);
Dal 1662, Principe Maffeo Barberini, per lascito testamentario;
Collezione Barberini fino al 1812;
Dal 1812, collezione Sciarra;
1895, venduta all’asta della collezione Sciarra (n° 45, ancora visibile in basso a destra nella tela);
Collezione privata Perugia;
Attuale proprietario.


 


 


 


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